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All’Antenna come al fronte. Lavorare in comunità ai tempi del Covid-19 (di Manuele Cicuti)

Aggiornato il: 29 giu 2020

Antenna 00100 – Un’istituzione residenziale per adolescenti e giovani adulti autistici e psicotici.

Antenna 00100, provincia di Roma. Istituzione residenziale con 16 utenti, tra adolescenti e giovani adulti, con diagnosi di autismo o psicosi grave. Un’equipe formata da 30 operatori, ciascuno con professionalità diverse, alcuni provenienti dal Campo Freudiano, altri da altri percorsi di studio. Ciò che conta, crediamo, è il desiderio deciso dell’operatore. A tutti viene chiesto di scommettere sulla clinica psicoanalitica, secondo l’orientamento di Freud e di Lacan, per tentare di costruire unalogica di lavoro che ci permetta di aprire “sentieri nell’impossibile”, prendendo esempio da chi ci ha preceduto, in particolare dall’esperienza dell’Antenna 110 in cui A. Di Ciaccia ha inventato un modo di lavoro con il bambino autistico e psicotico. Noi non ci occupiamo di bambini, ma di adolescenti e giovani adulti, ci interpellano quindi sfide diverse: come affrontare l’emergenza della pulsione nell’adolescenza? Come fare proposte di atelier che possano supportare il giovane adulto autistico e psicotico nel trovare un modo di essere ‘adulto’? Di stare – su misura della sua particolarità – nel legame sociale ed eventualmente di confrontarsi con il tema del ‘lavoro’? Questo è il nostro lavoro quotidiano, su questi punti proviamo ad inventare e soprattutto a sostenere le invenzioni dei ragazzi con cui lavoriamo. Cerchiamo di imparare dai nostri errori, dall’insegnamento clinico, e soprattutto cerchiamo di imparare dal soggetto psicotico con cui siamo confrontati.

Il punto di svolta sta lì: non smettere di farsi insegnare, di imparare da loro.

Lavorare in Antenna

La giornata all’interno dell’Antenna è scandita da atelier o laboratori, che possono essere individualizzati o in piccolo gruppo. La prima funzione dei laboratori è quella di rappresentare un quadro simbolico, consistente in spazi e tempi definiti ed inseriti in un programma che ogni giorno viene inviato dalla ‘direzione’ ad operatori e utenti; tale programma ha la funzione di rappresentare la significazione fallica, un quadro simbolico appunto, in cui gli elementi di base (spazio e tempo) si ripetano in modo regolato e proteggano l’operatore dalla posizione di domanda nei confronti del ragazzo. All’interno del quadro simbolico si cerca di far circolare un desiderio. In questo modo gli operatori sono presi da qualcosa che non è il soggetto autistico o psicotico, lasciandogli quindi intorno “l’aria per respirare”. Già solo questo spesso produce degli effetti di pacificazione. Oltre a produrre effetti di pacificazione, sempre primari e preliminari ad un lavoro possibile, i laboratori dovrebbero puntare a tre diversi obiettivi: elaborazione, socializzazione e apprendimento.

Lavorare in Antenna ai tempi del Covid

È tra febbraio e marzo 2020 che precipita la situazione Coronavirus: allarme generale, scuole chiuse, restrizioni sempre più serrate sulle cose da poter fare, interruzione dei rapporti con le famiglie, degli ingressi dei genitori e di esterni, delle attività svolte all’esterne (orto, azienda agricola, laboratori terapeutici con animali, centri di socializzazione, azienda agricola, uscite al bar, spesa, etc etc). Nell’arco di una settimana ci troviamo in una situazione inedita: confinati all’interno della struttura, senza possibilità di uscire se non per motivi di estrema necessità. I ragazzi delle comunità si trovano con un programma di attività estremamente ridotto, chiedono dei genitori, se potranno rivederli, ci chiedono perché non si può andare a fare la solita merenda al bar, o la cena di rito in quel posto particolare che era una routine pacificante e che dava consistenza simbolica alla settimana. Le misure di sicurezza indicate dal Governo sono inapplicabili: impossibile rispettare un metro di distanza con alcuni ragazzi, non abbiamo mascherine a sufficienza, a volte non le abbiamo proprio, i ragazzi che hanno sintomi influenzali spesso non riescono neanche a mettere la mano davanti alla bocca. Le riunioni d’equipe sono obbligatoriamente sospese, ancor più le supervisioni. La situazione organizzativa è critica: molti operatori in malattia, tirocinanti che non possono più

venire fino alla fine delle misure restrittive, alcuni operatori si dimettono, altri sospendono il servizio.

Sappiamo che lavorare in Antenna significa confrontarsi con un impossibile, che l’irruzione del reale del godimento, straripante e messo a nudo nel soggetto psicotico, produce già di per sé degli effetti di angoscia nell’operatore che vi è confrontato. Dall’insorgere dell’emergenza Covid-19 siamo confrontati con un’angoscia generalizzata nell’equipe, moltiplicata. La situazione generale è enigmatica: che succede? Quando finirà? Come finirà? Ci troviamo quindi a prendere decisioni difficili: far tornare a casa per due giorni un utente, evitando quindi che si scompensi, oppure tenerlo in struttura così che gli operatori non siano ulteriormente spaventati dal fatto che venendo a contatto con la famiglia questo ragazzo aumenti ancora le possibilità di contagio? Ed in generale, come dare un posto all’angoscia dell’operatore in questa situazione? E come rispondere all’insorgere d’angoscia degli utenti, che si vedono stravolta la routine?

Prima cosa: seppure le supervisioni sono sospese, abbiamo potuto ricorrere a Skype. Un ringraziamento speciale ad Antonio Di Ciaccia che non ci ha mai lasciato soli in queste settimane, ricorrendo a tutti i mezzi possibili per non far mancare la sua presenza. Con i coordinatori decidiamo che nonostante la situazione critica, bisogna continuare ad imparare dai ragazzi, ad interrogare la clinica. Quindi, alcune piccole invenzioni: tanti operatori sono ogni giorno in prima linea, hanno paura per il contagio, hanno paura per le loro famiglie. Abbiamo quindi deciso di prendere delle case vicino all’Antenna, che abbiamo chiamato ‘case rifugio per operatori’, per dare ospitalità agli operatori che non se la sentono più di fare avanti e indietro tra l’Antenna e casa loro. Un’altra invenzione è relativa al programma: cosa imparare da questa situazione di privazione, in cui le attività sono molto meno del solito? Notiamo che questo ‘vuoto’ può essere fecondo, può essere un modo per imparare a stare di più al passo dei ragazzi, per farsi sorprendere da loro. Impariamo quindi che non è tanto importante il fare, ma la posizione dell’operatore che sta all’interno dell’attività, la capacità di prendere spunto da ogni cosa la vita quotidiana ci offra per coglierne all’interno le possibilità di lavoro clinico.

Il punto di svolta, ancora una volta, sta lì: non smettere di farsi insegnare, di imparare da loro.

Manuele Cicuti

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