Mission

‘Il desiderio di Barbiana’ nasce per dare risposte, nel nostro territorio, a situazioni complesse, in cui la sofferenza psicologica e il disagio che ne consegue, si intrecciano con fenomeni di esclusione sociale ed emarginazione.
Per questo abbiamo un approccio che fa riferimento alla clinica applicata alle situazioni di disagio sociale ed ai processi socio-educativi.
Per coloro che vengono esclusi, che subiscono quei fenomeni di segregazione ‘reale’ di cui già molti anni fa J. Lacan ci aveva avvertito e che indicava come la normale deriva della nostra società, vogliamo inventare proposte e soluzioni che puntano all’emergere del soggetto, al dare un posto al soggetto lì dove si trova a vivere, nei contesti e nelle situazioni in cui è immerso. Generare processi d’inclusione è la nostra sfida per contrastare la segregazione.
Ci occupiamo in particolare di bambini, adolescenti e famiglie, con particolare attenzione a quelle situazioni delicate e complesse, soprattutto l’autismo, il disagio mentale e la disabilità psichica. Il nostro intervento si rivolge in forma prioritaria alle situazioni di esclusione sociale (famiglie a rischio o in condizioni di svantaggio, esclusione scolastica ed educativa, dipendenze, persone straniere e richiedenti asilo, etc.).

Vision

‘Il desiderio di Barbiana’ ha come obiettivo primario quello di offrire percorsi di cura e trattamento terapeutico a partire dall’orientamento psicoanalitico lacaniano e dalla pratique a plusieurs inventata da Antonio Di Ciaccia.
Oltre ad occuparsi degli utenti inviati dalle ASL e/o della famiglie, intende anche realizzare delle esperienze lavorative e di agricoltura sociale, in cui i ragazzi stessi possano trovare opportunità di lavoro e quindi di emancipazione ed inclusione sociale.
La finalità è quindi di promuovere percorsi di cura e attività lavorative che, come impresa sociale, favoriscano l’inclusione e l’emancipazione delle persone con cui lavoriamo nei servizi di cura e di accoglienza (comunità alloggio, centro diurno, etc).

L’orientamento clinico ed educativo

La nostra metodologia fa riferimento all’orientamento psicoanalitico lacaniano applicato al lavoro sociale ed educativo.

Mettiamo in luce quindi due aspetti dell’orientamento teorico:

  • La psicoanalisi ad orientamento lacaniano è la base del nostro orientamento teorico. Si tratta di applicare il sapere che la psicoanalisi ci offre circa la struttura del soggetto, ai processi educativi e sociali, per tentare di fare un posto al soggetto ed inventare soluzioni su misura di ciascun beneficiario.

  • Le esperienze educative e pedagogiche che abbiamo come riferimento, sono quelle in cui si mira ad un emancipazione soggettiva, come ad esempio la pedagogia della liberazione di P. Freire, l’esperienza educativa di L. Milani a Barbiana, l’esperienza d’insegnamento di N. De Smet in Belgio e le numerose testimonianze di V. Baio. L’intervento sociale ed educativo per noi è pensabile solo a partire dall’emergere del soggetto, così come lo ha inteso J. Lacan.

La base del nostro approccio clinico ed educativo è la considerazione della singolarità di ogni ospite e di ogni intervento che viene realizzato in suo favore. Non solo la singolarità di ognuno è accolta come il segno distintivo di uno stile personale, ma è anche la forza motrice del lavoro con i beneficiari. Il nostro approccio è quindi incompatibile con la programmazione e la standardizzazione di obiettivi terapeutici, di rieducazione e pedagogici; non tutti infatti possono beneficiare della stessa tecnica o nella stessa modalità, in quanto le tecniche che utilizziamo sono le più svariate, mentre unica è la logica clinica che ci orienta nella costruzione del caso e nell’inventare risposte particolari per rispondere alle esigenze altrettanto particolari della struttura di ciascuno.

Equipe

Il lavoro di equipe è di tipo multidisciplinare e il team è composto da professionisti provenienti da di diversi corsi di formazione: educatori, psicologi, logopedisti, psicomotricisti, assistente sociale, psichiatra, operatori sociali ed esperti delle discipline musicali nonché delle tecniche di riabilitazione con gli animali (Pet Therapy). Ciò che conta non è la specializzazione universitaria o teorica di ciascuno, quanto piuttosto il desiderio soggettivo che lo anima nel lavoro e la disponibilità a farsi partner del soggetto con disagio e sofferenza psichica.

Aspetti fondamentali del lavoro delle equipe che operano in tutti i nostri progetti sono:

  • Riunione di equipe: ogni settimana l’equipe si riunisce per discutere l’andamento di ciascun inserimento e per affrontare – caso per caso – il processo di crescita di ogni soggetto.

  • Riunione formativa: oltre l’organizzazione del lavoro interno e la riunione dei casi, l’equipe si mette al lavoro studiando aspetti teorico-clinici che possano orientare l’azione operativa ed educativa quotidiana.

  • Supervisione: non siamo mai soli nel lavoro con i ragazzi e non si è mai in due, in relazione duale, si è sempre minimo in tre. La supervisione è un modo fondamentale di far intervenire questo terzo, che in questo caso specifico ha la funzione di aiutare a trovare la logica di ciò che avviene e di interrogare le impasse che ciascuno ha nel lavoro. A partire proprio dalle impasse si può costruire una modalità inventiva di far fronte all’impossibile.

  • Importanza della valutazione, che consiste nel monitorare il percorso di ciascun soggetto e i suoi processi di crescita. Non si tratta di generalizzare o standardizzare, ma di essere rigorosi nel seguire l’effettivo andamento in cui il “caso per caso” viene discusso in ogni riunione di equipe;

  • Collaborazione con la famiglia che si deve considerare la risorsa principale per la persona con autismo ed il partner fondamentale dell’equipe di lavoro, in quanto più di ogni altro soggetto possiede degli strumenti e delle conoscenze importanti per il benessere dell’ospite.

Pratique à plusieurs

Il nostro approccio prende le mosse da un’esperienza iniziata nella prima metà degli 70 a Genval (Belgio), la comunità per bambini autistici e psicotici ‘Antenne 110’. Esperienza che faceva perno sulla scommessa che il soggetto autistico è nel Linguaggio – come indicato da J. Lacan – anche se ha difficoltà a prendere la parola e ad inserirsi nel discorso, così come nel legame sociale. Da tale esperienza è nata una metodologia specifica di cura e accompagnamento del soggetto autistico, inventata da Antonio di Ciaccia e definita da J.A. Miller pratique-à-plusieurs, cioè pratica fatta in diverse persone. L’equipe di lavoro si orienta nella pratica a partire da questa metodologia, cercando di inventare una risposta specifica e congruente con la particolarità di ogni soggetto inserito nelle nostre esperienze educative e terapeutiche.

La pratique à plusieurs inventata da A. Di Ciaccia, un approccio fondato su quattro assi:

  • Il primo asse è la partnership di ogni membro dell'équipe: «Sebbene possa sembrare paradossale, si tratta di un aspetto essenziale in una pratica chiamata à plusieurs. Ciascuno vale per il bambino in questione, come partner, non a partire dalla propria specialità [...] ma a partire dalla propria posizione soggettiva. Posizione dove la propria presenza è a servizio di un desiderio». Questa partnership ha come prerogativa l’interscambiabilità tra i membri dell’equipe, in relazione alla struttura dei soggetti in questione.

  • Il secondo asse è la riunione d’equipe: questa ha delle funzioni ben precise. Come prima cosa dovrebbe essere il luogo in cui si possa parlare dei ragazzi con cui lavoriamo, affinché questi possano diventare “effetto di un discorso”. Poi la riunione dovrebbe avere «la funzione di operare una separazione, per ciascun membro dell'équipe, in rapporto al sapere che si crede di aver ottenuto dalla frequentazione» dei nostri utenti, la separazione concerne il sapere ottenuto – sempre caduco – e un altro sapere, sempre in attesa di essere verificato, relativo al posto soggettivo di ciascuno. Come terza funzione, la riunione d’equipe dovrebbe «essere il solo luogo in cui il dire dei membri dell'équipe viene preso in considerazione. Tutto ciò che viene detto al di fuori della riunione non dovrebbe essere valido. Perché, al di fuori del suo contesto, si tratta solo di parole in libertà, al servizio di un godimento che blatera, mentre la parola ha l'opportunità di diventare un atto soltanto se si tratta di un dire responsabile».

  • Il terzo asse è la funzione del responsabile terapeutico. Diversamente da come comunemente viene intesa tale funzione nelle normative e nelle direttive ministeriali, essa non consiste nel dirigere l’istituzione, l’organizzazione interna ed esterna, i membri dell’equipe. Il responsabile terapeutico non dirige le cure e non dirige i colleghi. Il responsabile terapeutico soprattutto non è colui che sa più degli altri, non è neanche necessariamente colui che è più responsabile degli altri. La funzione del responsabile terapeutico non è orientata al buon funzionamento dell’istituzione, incarico che – ricorda Di Ciaccia – può benissimo essere ricoperto da altri. A cosa è orientata allora tale funzione? A rendere l’istituzione “isomorfa al funzionamento dell’inconscio” e a verificare l’ipotesi secondo cui «il bambino autistico è nel linguaggio ma non è nel discorso — per misurarne la precisione, le opportunità reali di un lavoro con lui e di indicarne i limiti». La funzione del responsabile terapeutico non è quella disapere per gli altri, ma quella «di preservare un vuoto centrale — vuoto di sapere — che possa permettere la verifica clinica dell’assioma lacaniano e delle sue conseguenze [...] Questo vuoto di sapere è essenziale per permettere a ogni membro dell'équipe di destituirsi in rapporto a un sapere totalizzante e che oggettivizza».

  • Il quarto asse è il riferimento teorico-clinico. Si tratta di un asse chiaro e lineare: è la psicoanalisi freudiana secondo l'insegnamento di Lacan e l'orientamento di Jaques Alain Miller «questo lavoro teorico sulla pratica clinica si elabora in ogni équipe e tra le diverse istituzioni senza per questo istituire né una persona, né una istituzione a un preteso posto di supposto sapere. Il sapere qui in questione non è dell'ordine della supposizione ma dell’esposizione. Si tratta dunque di un campo in cui il sapere vi è esposto e non supposto».


A. Di Ciaccia, A proposito di pratica à plusieurs, in B. De Halleux (a cura di), Qualcosa da dire al bambino autistico, Borla, Roma, 2011

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